SALVATORE AVERSA E LUCIA PRECENZANO: IL SANGUE INNOCENTE DI LAMEZIA

C'è una data che Lamezia Terme non dimentica: il 4 gennaio 1992.
Sono le 18:55 di una sera d'inverno e Via dei Campioni, una strada centralissima, è ancora addobbata per le feste. Una Peugeot 205 blu è ferma con lo sportello aperto e il quadro acceso; a terra, riversa sull'asfalto, c'è una donna, mentre al posto di guida, riverso, c'è un uomo in divisa. Accanto a loro, lasciata come un oltraggio, c'è la pistola che li ha uccisi: una calibro 9 rubata mesi prima dalla casa di un altro poliziotto.
L'uomo è Salvatore Aversa, la donna è Lucia Precenzano: marito e moglie, assassinati insieme.
Salvatore Aversa era nato a Castrolibero, in provincia di Cosenza, il 14 giugno 1933, ed era Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, responsabile della Sezione di Polizia Giudiziaria presso il Commissariato di Lamezia Terme. Non era un burocrate, ma un poliziotto di strada. Come lo ha ricordato il Procuratore Aggiunto Marisa Manzini, Aversa "era un funzionario che svolgeva il suo lavoro per strada, che conosceva le persone, aveva un contatto diretto con i delinquenti locali; era un periodo in cui bisognava lavorare mettendoci la faccia". E lui la faccia ce la metteva.
A Lamezia, nei primi anni '90, quando la città era appena stata sciolta per mafia e nessuno osava parlare di 'ndrangheta imprenditrice, Aversa indagava sui patrimoni, sul riciclaggio e sugli intrecci tra le cosche e l'economia pulita. Aveva capito, prima di molti altri, che la 'ndrangheta non era più pastorizia, ma impresa, e proprio per questo era stato minacciato e gli avevano bruciato l'auto. Aveva quindi chiesto il trasferimento per proteggere la famiglia, ma, anche se la domanda era già partita, non fece in tempo.
Ed è qui che sta il cuore più doloroso di questa storia. Lucia Precenzano era un'insegnante e una madre, madre di tre figli: Walter, Paolo e Giulia. Era una donna riservata, conosciuta a Lamezia per la sua mitezza, e non era un obiettivo: era la moglie di un poliziotto che tornava a casa con suo marito dopo una visita ad amici.
La 'ndrangheta non uccide solo l'uomo che indaga, ma uccide la famiglia, uccide la normalità, uccide per dire che non c'è scudo, non c'è casa, non c'è affetto che vi salvi. Per questo la figura di Lucia è ancora più sacra, perché è il simbolo delle vittime innocenti, delle donne di Calabria che pagano un prezzo che non hanno mai scelto.
La ferocia non finì nemmeno con la morte: le tombe dei due coniugi, nel cimitero di Castrolibero, furono in seguito profanate da ignoti, con ogni probabilità legati alla malavita, per lanciare un ultimo, vigliacco messaggio. Fu, come ha ricostruito Rai Cultura nel documentario "La notte di Lamezia", l'inizio della stagione stragista.
Oggi Via dei Campioni si chiama Via Salvatore e Lucia Aversa e la Sezione di Polizia Stradale di Lamezia Terme è intitolata a Salvatore Aversa. Il 4 gennaio di ogni anno, la Polizia di Stato li ricorda in Cattedrale, insieme ai figli, al Questore e al cappellano.
A Salvatore Aversa, il 30 aprile 1992, è stata conferita la Medaglia d'Oro al Valor Civile con questa motivazione: "Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, nonostante le continue minacce e ritorsioni, perseverava, con spirito di abnegazione ed elevata capacità professionale, in difficili indagini di polizia giudiziaria in un ambiente ad alto rischio e contaminato da infiltrazioni mafiose, rimanendo vittima, insieme alla moglie, di un vile attentato. Splendido esempio di assoluta integrità morale ed altissimo senso del dovere spinti fino all'estremo sacrificio. Lamezia Terme, 4 gennaio 1992".
Ricordare quel 4 gennaio significa ricordare una cosa semplice: la 'ndrangheta si combatte anche così, non lasciando sole le vedove, non lasciando soli gli orfani e non lasciando che i nomi si coprano di polvere. Salvatore e Lucia sono ancora lì, in quella via, e sta a noi non voltare lo sguardo.





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