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Don Cesare Boschin. Il parroco di Borgo Montello ucciso per aver guardato la discarica

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
7 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Cesare Boschin nasce l’8 ottobre 1914 a Silvelle, frazione di Trebaseleghe, in provincia di Padova. È il terzo di otto figli di Giuseppe, muratore, e Clementina Cazzaro. Cresce in una famiglia umile e numerosa. È un ragazzo studioso, legato alla Chiesa e animato dal desiderio di diventare sacerdote.

Entra nel seminario di Treviso, ma le difficoltà economiche della famiglia gli impediscono di proseguire quel percorso. Viene accolto nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di Don Luigi Orione e riprende gli studi. Il 12 luglio 1942 viene ordinato sacerdote nella congregazione orionina.

Dopo gli anni della guerra, durante i quali presta servizio in diverse comunità, nel 1950 arriva nell’Agro Pontino. È una terra segnata dalla bonifica, popolata anche da tante famiglie venete emigrate per lavorare i campi strappati alla palude. Qui don Cesare trova la sua missione. E qui resterà per il resto della vita.

Per quarant'anni è parroco della Santissima Annunziata di Borgo Montello, frazione di Latina. I suoi fedeli lo ricordano così: buono, semplice, sempre in mezzo alla gente. Trova lavoro ai disoccupati, aiuta le famiglie, non nega la porta a nessuno. Vive in una canonica povera. Quando il vescovo, per salvarlo da pettegolezzi, gli propone di spostarlo, lui risponde: "Preferisco restare qui e portare la mia croce". Dalla camera della canonica si vede la discarica di Borgo Montello. 50 ettari, seconda del Lazio dopo Malagrotta, quarta in Italia. Nata nel 1971 per rifiuti urbani, diventa presto una voragine senza controllo. Don Cesare vede camion entrare di notte, senza fari, carichi coperti. Vede ruspe lavorare quando tutti dormono. Sente odori acidi, chimici. Vede i suoi parrocchiani ammalarsi di tumori, vede i bambini con malattie della pelle, vede i pozzi che puzzano. Inizia a fare quello che sa fare: annota. Su due agende nere, con scrittura minuta, scrive date, orari, targhe, numero di camion, descrizione dei fusti. Le tiene nella canonica. Ne parla con qualcuno, dice che bisogna denunciare, che non si può far morire la gente così. Non sa che quei terreni e quei traffici sono in mano al clan dei Casalesi. I Casalesi negli anni Ottanta e Novanta hanno scelto l'Agro Pontino e il litorale laziale per interrare i rifiuti tossici industriali del Nord: vernici, solventi, metalli pesanti, fanghi dell'ACNA, della zona di Porto Marghera. Don Cesare non ha prove, ha solo occhi e agende. Ma per chi gestisce quel traffico, basta e avanza. È la notte tra mercoledì 29 e giovedì 30 marzo 1995. Qualcuno entra in canonica. Non forza nulla, conosce la casa. Sale al primo piano, entra nella camera da letto del vecchio prete. Lo legano. Mani dietro la schiena, piedi legati, corda che stringe mani, piedi e collo: l'incaprettamento, il segno tipico delle esecuzioni di camorra. Gli sigillano la bocca con nastro adesivo da imballaggio, come per dire: hai parlato troppo. Lo picchiano con violenza selvaggia. Mascella fratturata, costole rotte, ossa del volto sfondate.

Muore soffocato. La dentiera, per i colpi, gli finisce in gola e lo soffoca. La mattina del 30 marzo lo trova la perpetua. È composto sul letto, come se dormisse, ma martoriato. Gli assassini portano via solo le due agende. Lasciano tutto il resto. Sul comodino la croce d'oro, nel cassetto il portafoglio con 700 mila lire, in un armadio altri 5 milioni che verranno trovati due mesi dopo e donati, come da suo testamento, alle missionarie di Madre Teresa di Calcutta. Non è una rapina. Bisognerà aspettare gli anni 2000, le confessioni di Carmine Schiavone, le indagini della Commissione Parlamentare sulle ecomafie, le analisi dell'ARPA che trovano falde avvelenate da arsenico, cromo, piombo, idrocarburi, per capire che don Cesare aveva visto giusto. La discarica di Borgo Montello verrà chiusa solo nel 2016 e messa sotto sequestro. Ancora oggi i comitati dicono che lì si muore di tumore più che altrove. È stato riconosciuto da Libera come vittima di mafia. Ogni 21 marzo il suo nome viene letto nella Giornata della memoria delle vittime innocenti. È, con don Peppe Diana ucciso a Casal di Principe nel 1994, con don Pino Puglisi a Palermo nel 1993, con Livatino, uno dei preti che per amore del suo popolo non ha taciuto. Un vecchio parroco veneto di 80 anni, con due agende in mano, che dalla finestra della canonica guardava i camion dei veleni e non abbassava lo sguardo. È per questo che non va dimenticato.


 
 
 

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