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Emanuele Basile, il capitano che non arretrò davanti a Cosa Nostra

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
5 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

È la notte del 4 maggio 1980 a Monreale, provincia di Palermo, è festa. La festa del Santissimo Crocifisso. Le strade sono piene, ci sono i fuochi d'artificio, la banda, la processione è appena passata. In mezzo alla folla c'è un uomo giovane, alto, in borghese, con in braccio una bambina di 4 anni addormentata, si chiama Emanuele Basile. Ha 30 anni, è Capitano dei Carabinieri, comanda la Compagnia di Monreale. Accanto a lui sua moglie Silvana e l'altra figlia di pochi mesi nel passeggino. Sta tornando a casa, in via Pietro Novelli. Pensa già al trasferimento. Tra pochi giorni dovrà andare a San Benedetto del Tronto, nuova destinazione. Ha fatto le valigie. Non arriverà mai a San Benedetto. Alle sue spalle si avvicinano tre uomini. Uno gli spara. Sei colpi alla schiena, con due pistole calibro 38. Silvana, sua moglie, tenta di parare i colpi con una piccola agenda con la copertina d'argento che ha in mano. Viene ferita anche lei. La bambina, Barbara, cade dalle braccia del padre ma resta miracolosamente illesa. Emanuele Basile muore alle 5 del mattino all'ospedale di Palermo. Emanuele Basile nasce a Taranto il 2 luglio 1949, terzo di cinque figli. Famiglia semplice, valori forti. Da ragazzo vuole fare il medico. Si iscrive a Medicina a Padova e supera uno degli esami più difficili: Anatomia. Ma dentro ha un'altra chiamata: la giustizia. Lascia Medicina ed entra nell'Accademia Militare di Modena. Poi Scuola Ufficiali Carabinieri a Roma.

Giovanissimo, comanda la Compagnia di Sestri Levante in Liguria. Poi Torre Annunziata, vicino Napoli, in piena guerra di camorra. È bravo, preparato, non ha paura. Nel settembre 1977 arriva a Monreale. Ha 28 anni. Sposato da poco, due figlie piccole. A Monreale, Basile capisce subito che la mafia è cambiata. Non è più quella dei feudi, ma droga. Lavora con due uomini: Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, e Paolo Borsellino, giudice istruttore giovanissimo.

Boris Giuliano viene ucciso il 21 luglio 1979 al Bar Lux di Palermo, mentre beve un caffè. 7 colpi.

Basile non si ferma. Prende le carte di Giuliano e continua. Fa una cosa che allora nessun carabiniere faceva: va in banca. Chiede gli estratti conto. Segue i soldi. Scopre che la famiglia mafiosa di Altofonte, che sta nel territorio di Monreale, sta guadagnando miliardi con l'eroina. E che dietro c'è Totò Riina, il capo dei Corleonesi, che sta ammazzando tutti per prendere il potere a Palermo. Il 16 aprile 1980, 18 giorni prima di morire, Basile scrive un rapporto di 20 pagine e lo consegna a Paolo Borsellino. Ci sono 17 omicidi, traffico di droga tra Palermo, Napoli e Stati Uniti, nomi pesantissimi: Leoluca Bagarella, Bernardo Brusca, Antonino Gioè, Salvatore Riina. È la sua condanna a morte. L'esecuzione è perfetta, in stile Cosa Nostra. Solo il 14 novembre 1992, quando Borsellino è già morto da 4 mesi in via D'Amelio, la Cassazione condanna all'ergastolo Riina e Madonia come mandanti e Puccio, Madonia e Bonanno come esecutori. Emanuele Basile non è un eroe da libro di storia. È un padre di 30 anni ucciso con sua figlia in braccio perché faceva bene il suo lavoro. Lo Stato lo ha riconosciuto nel 1982 con la Medaglia d'Oro al Valor Civile alla memoria. La sua bambina, Barbara, quella che aveva in braccio quella sera, oggi ha 50 anni. Ogni 4 maggio torna a Monreale, davanti alla lapide in via Pietro Novelli. E ogni 4 maggio l'Arma dei Carabinieri lo ricorda in tutta Italia. Noi lo ricordiamo oggi perché non sia solo un nome su una caserma. Era un Capitano di 30 anni. Aveva una figlia in braccio. E credeva che la legge fosse uguale per tutti. Per questo lo hanno ucciso. Per questo non dobbiamo dimenticarlo.

 
 
 

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