L'IMPORTANZA DELLA SENTENZA DEL MAXIPROCESSO

L'Italia arriva agli anni Ottanta dopo decenni in cui Cosa Nostra aveva spesso dimostrato di riuscire a sfuggire alla repressione giudiziaria. Tra il 1981 e il 1983 Palermo viene travolta dalla seconda guerra di mafia: i Corleonesi di Totò Riina attaccano e progressivamente eliminano i principali clan palermitani, tra cui quelli di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo.
Sono centinaia le vittime della guerra di mafia, a cui si aggiungono stragi e omicidi di politici, magistrati, forze dell'ordine e rappresentanti delle istituzioni. Lo Stato, fino ad allora, aveva spesso affrontato il fenomeno attraverso processi per singoli delitti o attraverso il reato di associazione per delinquere, con risultati frequentemente deludenti. Mancavano ancora uno strumento giuridico specifico e un metodo investigativo capace di ricostruire Cosa Nostra come un'organizzazione unitaria.
Nel 1982 viene ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e, poche settimane dopo, il Parlamento approva la legge Rognoni-La Torre. Pio La Torre aveva elaborato e presentato già nel 1980 una proposta per introdurre nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso: nasce così l'articolo 416-bis. La legge introduce anche strumenti fondamentali per aggredire i patrimoni mafiosi.
Nel 1984 Tommaso Buscetta decide di parlare con Giovanni Falcone. Per la prima volta un importante uomo d'onore dall'interno racconta con grande dettaglio la struttura di Cosa Nostra: l'organizzazione delle famiglie, il rito di affiliazione, la Commissione, i rapporti tra i vertici e le regole che governano omicidi, traffici di droga, estorsioni e affari. Falcone, Borsellino e il capo dell'Ufficio istruzione Antonino Caponnetto costruiscono così, insieme agli altri magistrati del pool antimafia, una ricostruzione giudiziaria senza precedenti.
L'ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio è composta da circa 40 volumi e oltre 8.607 pagine, all'interno di una documentazione processuale enorme. Gli imputati iniziali sono 475. Per ospitare il dibattimento viene costruita all'Ucciardone l'Aula Bunker, una struttura appositamente progettata con eccezionali misure di sicurezza.
Dopo 349 udienze, 1.314 interrogatori e centinaia di arringhe difensive, la Corte d'Assise, presieduta da Alfonso Giordano e con Pietro Grasso giudice a latere, si ritira in camera di consiglio. La Corte rimane isolata per 35 giorni. Il 16 dicembre 1987 arriva la sentenza: 346 condanne e 114 assoluzioni, 19 ergastoli e complessivamente 2.665 anni di reclusione, oltre alle sanzioni pecuniarie previste.
Tra i condannati all'ergastolo ci sono, tra gli altri, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco, detto «il Papa». L'accusa aveva chiesto pene molto severe, compresi numerosi ergastoli, ma la Corte ne infligge 19. Il segno, però, è dato.
Perché quella sentenza è molto più di una semplice sentenza penale?
Perché riconosce giudiziariamente Cosa Nostra come un'organizzazione unitaria e verticistica, dotata di una struttura, di regole e di organi di coordinamento. È la conferma giudiziaria di una ricostruzione che fino a quel momento era stata spesso negata o fortemente contestata.
La sentenza attribuisce rilievo alla responsabilità dei vertici per le decisioni criminali assunte nell'ambito dell'organizzazione, secondo le regole del concorso nel reato. Cade così l'alibi secondo cui la responsabilità mafiosa possa essere ricondotta soltanto a chi materialmente preme il grilletto: diventa possibile ricostruire, attraverso prove e riscontri, il ruolo di chi ordina, coordina e dirige.
Il Maxiprocesso rappresenta anche una delle prime grandi applicazioni giudiziarie dell'articolo 416-bis alla struttura complessiva di Cosa Nostra. E soprattutto dimostra l'efficacia di un nuovo metodo investigativo.
Fino ad allora il collaboratore di giustizia era spesso considerato poco affidabile. Falcone introduce un approccio rigoroso: le dichiarazioni di Buscetta, Contorno, Calderone e degli altri collaboratori devono essere verificate attraverso riscontri esterni, documenti, intercettazioni, tabulati, perizie, movimenti bancari e altri elementi di prova. Non basta ciò che racconta un pentito: ogni elemento deve trovare conferma.
È questa la grande innovazione del metodo investigativo di Falcone: ricostruire la mafia non soltanto attraverso i delitti, ma attraverso la struttura, i rapporti, i patrimoni e i flussi di denaro.
La sentenza mette nero su bianco la portata storica di quel lavoro. Per la prima volta una sentenza di queste dimensioni riconosce giudiziariamente Cosa Nostra come un'organizzazione unitaria, strutturata e gerarchicamente organizzata.
Il Maxiprocesso dimostra così che, per contrastare la criminalità organizzata, i processi ordinari e le indagini sui singoli delitti non bastano: occorre colpire l'organizzazione nel suo complesso, ricostruirne la struttura e seguire i collegamenti tra uomini, reati e patrimoni.
L'esperienza del pool antimafia viene progressivamente smantellata alla fine degli anni Ottanta, ma il suo modello di coordinamento e specializzazione lascia un'eredità profonda. Quell'esperienza contribuirà alle successive riforme dell'antimafia e alla nascita di strutture come la Direzione Nazionale Antimafia, le Direzioni Distrettuali Antimafia e la DIA. Negli stessi anni vengono rafforzati gli strumenti contro i patrimoni mafiosi e, dopo le stragi del 1992, anche il regime speciale previsto dall'articolo 41-bis.
Nel frattempo, negli ambienti mafiosi prevale la convinzione che in Appello e poi in Cassazione molte delle condanne possano essere cancellate o ridimensionate. In Appello molte pene vengono effettivamente ridotte. Ma il 30 gennaio 1992 arriva la svolta: la Corte di Cassazione, con una sentenza della Sesta sezione, conferma in via definitiva il nucleo fondamentale della sentenza del Maxiprocesso.
È un terremoto per Cosa Nostra. Nei mesi successivi Cosa Nostra intensifica la propria strategia stragista.
Il 23 maggio 1992, a Capaci, viene assassinato Giovanni Falcone. Il 19 luglio, in via d'Amelio, viene ucciso Paolo Borsellino. Entrambi erano stati protagonisti fondamentali dell'istruttoria che aveva portato al Maxiprocesso e divennero bersagli centrali della strategia di Cosa Nostra.
Il Maxiprocesso fu la testimonianza concreta della presenza di uno Stato finalmente deciso con ogni mezzo a interrompere il rapporto di convivenza e dipendenza nei confronti della mafia. La sentenza contribuì a trasformare profondamente il rapporto tra Stato, società civile e Cosa Nostra e divenne uno dei principali punti di riferimento della successiva stagione dell'antimafia.





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