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Il Giudice Antonino Saetta: l'uomo che Cosa Nostra non poteva comprare

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
24 set
Tempo di lettura: 2 min

Antonino Saetta nasce a Canicattì (AG) il 25 ottobre 1922, terzo di cinque figli. Liceo classico a Caltanissetta, laurea in Giurisprudenza a Palermo nel 1944 con 110 e lode, entra in Magistratura nel 1948. La sua carriera è tutta nel segno del rigore:

  • Pretore ad Acqui Terme, poi Giudice a Caltanissetta (1955-60) e Palermo (1960-69);

  • Procuratore a Sciacca, Consigliere di Corte d’Appello a Palermo;

  • dal 1976 al 1978 a Genova, dove processa le Brigate Rosse e il caso del naufragio doloso della Seagull;

  • dal 1985 al 1986 Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta. Lì affronta per la prima volta Cosa Nostra: il processo per la strage di via Pipitone Federico, in cui fu ucciso il giudice Rocco Chinnici. Condanna i boss Michele e Salvatore Greco, allora incensurati, aggravando le pene del primo grado.

Torna a Palermo come Presidente della I Sezione della Corte d’Assise d’Appello. Presiede il processo per l’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile: in primo grado, gli imputati emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia erano stati assolti. Saetta li condanna alla massima pena.

Era definito dai colleghi «integerrimo ed inavvicinabile». Proprio per questo era il più accreditato per presiedere l’appello del Maxiprocesso di Palermo. Cosa Nostra lo sapeva. Chiese il trasferimento ad altra Corte d’Appello, consapevole del pericolo. La richiesta fu respinta: era considerato indispensabile per equilibrio e rigore.

La notte del 25 settembre 1988 è una notte di plenilunio. Antonino, 65 anni, e suo figlio Stefano, 35 anni, stanno tornando a Palermo da Canicattì, dove hanno festeggiato il battesimo del nipotino del giudice. Non ha scorta, non ha auto blindata, guida l’auto di famiglia.

Sulla Statale 640 Agrigento-Caltanissetta, in contrada Giulfo, una BMW li affianca. Partono i primi colpi, che perforano il vetro posteriore, poi una pioggia di proiettili durante e dopo il sorpasso. Sul posto verranno trovati 47 bossoli di calibro 9 su cento metri di strada; in altri rilievi, oltre un centinaio di bossoli e persino una mitraglietta da guerra.

Antonino e Stefano muoiono sul colpo. Gli investigatori troveranno il corpo del padre riverso su quello del figlio: l’ultimo tentativo di proteggerlo. Da lì il titolo del documentario di Davide Lorenzano: «L’Abbraccio. Storia di Antonino e Stefano Saetta».

È il primo magistrato giudicante ucciso dalla mafia e il primo ucciso insieme al figlio.

Il delitto fu deciso da Totò Riina per due motivi: punire chi aveva osato condannare i killer di Basile e impedire che Saetta presiedesse l’appello del Maxiprocesso, dove Cosa Nostra sperava in una riduzione delle pene.

Inizialmente l’inchiesta fu archiviata contro ignoti. Fu riaperta solo nel 1995 da due giovani PM di Caltanissetta: Antonino Di Matteo e Gilberto Ganassi. Condannati all’ergastolo come mandanti Riina e Francesco Madonia, e come esecutore Pietro Ribisi di Palma di Montechiaro.

Saetta non era un giudice antimafia di professione. Era un giudice normale che applicava la legge in modo normale. E proprio per questo era intollerabile per Cosa Nostra.

 
 
 

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