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CESARE TERRANOVA - L'ANELLO MANCANTE

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
25 set
Tempo di lettura: 3 min

C'è un giudice che rappresenta un ponte fondamentale tra i primi grandi processi alla mafia e il maxiprocesso di Falcone e Borsellino. Si chiama Cesare Terranova.


Nato a Petralia Soprana, sulle Madonie, il 15 agosto 1921. Prigioniero in Africa durante la guerra, dal 1943 al 1945. Croce al Merito di Guerra. Si laurea in Giurisprudenza a Messina il 12 marzo 1946 ed entra in magistratura a 25 anni, nello stesso anno.


Fa il pretore a Messina, a Rometta — dove a 26 anni dirige l'ufficio da solo e gli viene conferita la cittadinanza onoraria — poi a Patti e nel 1958 arriva a Palermo.


A Palermo capisce per primo due cose che molti altri non vedevano: i Corleonesi non sono semplicemente viddani. Mentre molti pensano alla mafia come a una realtà fatta di vecchi campieri e di feudi, Terranova capisce che a Corleone è cresciuta una nuova generazione feroce, protagonista dell'eliminazione del boss Michele Navarra e intenzionata a conquistare un ruolo sempre più importante nella mafia palermitana.


Sono Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano.


La mafia non è più soltanto feudo: è cemento.


Nella sua istruttoria sulla strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969, Terranova mette nero su bianco il ruolo degli amministratori comunali di Palermo, indicandoli come il "centro propulsore della nuova mafia". Ha capito il Sacco di Palermo, la speculazione edilizia e il legame sempre più stretto tra mafia, politica e interessi economici.


Nel 1969 porta a processo 64 imputati, tra cui esponenti di primo piano dei Corleonesi, nel processo di Bari. È uno dei grandi precedenti giudiziari del futuro maxiprocesso. Ma quasi tutti vengono assolti per insufficienza di prove.


Perché? Perché non esiste ancora l'articolo 416-bis, introdotto soltanto nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre. La legislazione dell'epoca non offre ancora uno strumento specifico per colpire l'organizzazione mafiosa nella sua struttura.

Terranova non si arrende.


Nel 1970, dopo il percorso processuale avviato dalla sua istruttoria, Luciano Liggio viene condannato all'ergastolo per gli omicidi di Michele Navarra e Giovanni Russo. È una delle più importanti condanne contro il capo dei Corleonesi.


Nel 1972 viene eletto deputato come indipendente nelle liste del PCI e entra nella Commissione parlamentare antimafia. Resta parlamentare fino al 1979.


Il 20 giugno 1979 rientra in magistratura. Chiede di andare a dirigere l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, lo stesso ufficio che in seguito sarà diretto da Antonino Caponnetto e poi vedrà protagonisti Falcone e Borsellino.


Terranova vuole tornare a Palermo per continuare il lavoro che aveva iniziato. La sua destinazione alla guida dell'Ufficio Istruzione è ancora in prospettiva.

Non glielo fanno fare.


25 settembre 1979, ore 8.30, via Rutelli, a Palermo.

Terranova esce di casa per andare in Corte d'Appello. Con lui c'è il suo autista e guardia del corpo, il maresciallo Lenin Mancuso, palermitano anche lui, il suo uomo fidato.

La loro Fiat 131 viene bloccata da una transenna che simula lavori in corso. I sicari aprono il fuoco da dietro e dai lati della vettura.

Terranova muore sul colpo. Mancuso muore poche ore dopo in ospedale.


Sulla responsabilità per l'omicidio ci sono state diverse ricostruzioni nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Tommaso Buscetta riferì a Giovanni Falcone che l'omicidio era stato deciso dalla Commissione di Cosa nostra. Negli anni Novanta, le dichiarazioni di Gaspare Mutolo e Francesco Di Carlo contribuirono invece a individuare Luciano Liggio come mandante e Leoluca Bagarella, Giuseppe Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino e Vincenzo Puccio come esecutori. Le condanne definitive per l'omicidio sarebbero arrivate nel 2004.


La motivazione attribuita al delitto è legata anche alla lunga attività giudiziaria di Terranova contro i Corleonesi e alla sua prospettiva di assumere un ruolo di primo piano nell'Ufficio Istruzione di Palermo.


Perché è importante?

Perché Terranova aveva capito molto presto che la mafia non era una semplice somma di bande, ma un'organizzazione capace di mantenere una propria continuità nel tempo, cambiando uomini, vertici e sistemi.

Diceva:

"La mafia è sempre una, ha una sua continuità; cambiano i capi, cambiano i sistemi, ma la mafia è sempre quella".

È questa una delle intuizioni che fanno di Terranova una figura fondamentale nella storia della lotta alla mafia: il suo lavoro rappresenta uno degli antecedenti della stagione giudiziaria che, attraverso Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino, avrebbe portato al maxiprocesso. È l'anello mancante.


Ucciso il 25 settembre 1979, poche settimane dopo il suo rientro in magistratura e mentre si profilava per lui la possibilità di assumere la guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo.



 
 
 

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