ANTONINO CAPONNETTO, Il PADRE LAICO DELLA LEGALITÀ

Il giudice che insegnò a Firenze e a Palermo che la giustizia è un lavoro di squadra. Caltanissetta, 5 settembre 1920 - Firenze, 6 dicembre 2002. In queste due date c'è tutta l'Italia di Antonino Caponnetto. Siciliano di nascita, fiorentino d'adozione. A 10 anni si trasferisce a Pistoia, poi a Firenze. Si laurea in Giurisprudenza all'Università di Firenze, entra in Magistratura nel 1954. Il suo primo atto da Pretore di Prato è già un manifesto: rinvia alla Corte Costituzionale due norme del Testo Unico di Pubblica Sicurezza che vietavano il volantinaggio. Ne nasceranno le sentenze n.1 e n.2 della Consulta, a tutela della libertà della persona.
Per quasi trent'anni fa il magistrato in Toscana. Sostituto Procuratore Generale alla Corte d'Appello di Firenze. Una carriera normale, solida, fino al 29 luglio 1983. Quel giorno Cosa Nostra uccide con un'autobomba a Palermo Rocco Chinnici, il creatore del primo nucleo antimafia. Caponnetto ha 63 anni, potrebbe restare a Firenze. Invece chiede al CSM di andare lui al posto di Chinnici. Il giorno dell'insediamento a Palermo, da capo dell'Ufficio Istruzione, dice una frase rimasta nella storia: "La Sicilia ha pagato un alto tributo di sangue: spero che adesso ci lascino lavorare in pace." Inizia così la sua seconda vita. Dal novembre 1983 al marzo 1988 vive in caserma, sotto scorta. Ma ha un'idea rivoluzionaria, presa dall'esperienza dei pool antiterrorismo di Torino di Giancarlo Caselli e di Roma di Ferdinando Imposimato: non un singolo giudice esposto, ma un gruppo che lavora a tempo pieno ed esclusivo sui processi di mafia, frazionando i rischi e assicurando una visione organica del fenomeno.
È la nascita giuridica del Pool Antimafia. Accanto a sé chiama Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Insieme a loro costruisce qualcosa che l'Italia non aveva mai visto: l'arresto di oltre 400 mafiosi, le rivelazioni di Tommaso Buscetta, il blitz di San Michele e poi il Maxiprocesso di Palermo, che inizia il 10 febbraio 1986 nell'aula bunker dell'Ucciardone. 474 imputati, 360 condanne, 19 ergastoli. È lui il padre, il maestro. Falcone e Borsellino lo chiameranno sempre "capo" con affetto filiale. Nel 1988 torna a Firenze dalla moglie Elisabetta e dai tre figli. Indica Falcone come suo successore. Il CSM sceglie Antonino Meli con criteri di anzianità. Caponnetto non nasconde l'amarezza: parlerà di "cinque vergognose, letali astensioni e due voti di maggioranza". Borsellino parlerà di Giuda.
Nel 1990 va in pensione con il titolo onorifico di Presidente aggiunto della Cassazione. Ma non smette. Dopo le stragi del '92 in cui perde i suoi ragazzi, diventa un pellegrino della legalità. Non va in televisione a fare il profeta. Va nelle scuole. Incontra migliaia di ragazzi. È lì che diventa "Nonno Nino". E lì consegna il suo testamento spirituale, che ancora oggi dovremmo leggere nelle nostre aule: "Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova Resistenza, la Resistenza dei valori, la Resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi! L'avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre!".
Muore a Firenze il 6 dicembre 2002, a 82 anni. Ricordarlo non è solo cronaca antimafia. È ricordare che Firenze ha dato alla Sicilia il suo giudice più mite e più coraggioso. Un uomo che ha dimostrato che la giustizia non è vendetta, ma costruzione paziente, comunitaria.
Un uomo che alla fine della vita non chiedeva onori, ma solo che il suo lavoro potesse continuare in pace.





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