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Verso il 19 luglio

  • Immagine del redattore: Francesco Garofalo
    Francesco Garofalo
  • 5 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

Che cosa accade in quella data?


Alle 16.58 del 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di tritolo, parcheggiata sotto l'abitazione dell'anziana madre, esplose al passaggio di Paolo Borsellino. Rimasero uccisi anche i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.


Il magistrato, simbolo della lotta alla mafia assieme a Giovanni Falcone, aveva 52 anni. La strage arriva dopo quella di Capaci: la mafia colpisce con una ferocia inaudita. Borsellino sapeva che anche la sua vita era ormai a termine. È lui stesso che, proprio nelle settimane successive alla strage di Capaci (23 maggio), arriva – in un'intervista – a pronunciare esplicitamente queste parole: «[…] Io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà (poliziotto anch'egli ucciso dalla mafia, ndr), allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana, alla fine del 1985, credo. Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano"» (Intervista rilasciata a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992).


Il 19 luglio 2022, nel trentennale della strage di via D'Amelio, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si espresse così: «La limpida figura del giudice Borsellino – che affermava che chi muore per la legalità, la giustizia, la liberazione dal giogo della criminalità, non muore invano – continuerà a indicare ai magistrati, ai cittadini, ai giovani la via del coraggio, dell'intransigenza morale, della fedeltà autentica ai valori della Repubblica».


E mi permetto di aggiungere: nulla toglieremo all'intrepida testimonianza di coraggio affermando che la grandezza di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino risiede anche nella loro eccezionale capacità di comprendere il fenomeno mafioso, di studiarlo e di combatterlo con gli strumenti del diritto.


La memoria è anche la riappropriazione, da parte della gente, dei valori che Falcone e Borsellino hanno rappresentato. E il ricordo è anche la dimostrazione di una consapevolezza ormai diffusa: la lotta alla mafia, per risultare alla lunga vincente, non può essere solo delegata all'impegno istituzionale della magistratura e delle Forze dell'Ordine. È stata proprio questa intuizione, in fondo, una parte non secondaria del testamento non scritto dei due magistrati siciliani.


 
 
 

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