Alberto Giacomelli, il giudice in pensione che Cosa Nostra non aveva dimenticato.

Il 14 settembre 1988, alle otto del mattino, in contrada Locogrande, alle porte di Trapani, veniva ucciso Alberto Giacomelli.
Non era un magistrato famoso. Non faceva interviste, non andava in televisione. Era un uomo di 69 anni ed era in pensione da quindici mesi. Aveva scelto di dedicarsi alla campagna, nel suo rifugio nelle campagne trapanesi.
Eppure Cosa Nostra non lo aveva dimenticato.
Giacomelli era entrato in magistratura nel 1946. Dopo gli anni trascorsi come pretore a Calatafimi e Trapani, dal 1971 era stato giudice del Tribunale di Trapani e, dal 1978, Presidente di Sezione dello stesso Tribunale.
Tra i suoi incarichi, quello di Presidente della sezione per le misure di prevenzione. Un lavoro fatto di provvedimenti e di firme che potevano sottrarre ai mafiosi ciò che consideravano intoccabile: i loro beni.
Il 28 gennaio 1985, applicando la legge Rognoni-La Torre, Giacomelli dispose la confisca di una villa e di terreni a Mazara del Vallo appartenenti a Gaetano Riina, fratello di Totò Riina.
Una firma. Non un blitz. Una firma.
Tre anni dopo, quella firma sarebbe diventata una delle ragioni della sua condanna a morte.
La mattina del 14 settembre 1988, Giacomelli venne ucciso a Locogrande con due colpi di arma da fuoco, uno alla testa e uno all’addome. Il suo corpo fu ritrovato dietro la sua autovettura.
Per anni, la verità sull’omicidio rimase nascosta. Un primo processo portò alla condanna di alcuni uomini ritenuti responsabili dell’agguato, ma gli imputati furono successivamente assolti.
Poi arrivarono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e, con esse, la ricostruzione del movente mafioso.
Nel 2002 Totò Riina fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. La condanna divenne definitiva nel 2003.
Giacomelli era già in pensione da quindici mesi.
Ma per Cosa Nostra la pensione non cancellava il suo passato, né quella firma.
L’Associazione Nazionale Magistrati lo ricorda come un magistrato «rigoroso, riservato, libero da condizionamenti» e come un esempio di dedizione al lavoro.
Oggi il suo nome è in una piazzetta a Trapani, in un'aula di giustizia, nei libri di scuola che parlano di mafia. La sua storia ci ricorda che la lotta alle mafie non passa soltanto attraverso i grandi processi e i nomi più conosciuti. Passa anche attraverso il lavoro quotidiano di chi applica la legge, firma un provvedimento e difende lo Stato, anche quando nessuno guarda.
Alberto Giacomelli è stato ucciso per aver fatto il proprio dovere.
E quella firma, ancora oggi, parla di legalità.





Commenti