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Rosario Livatino, martire della mafia.

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
29 ott
Tempo di lettura: 2 min

Il 29 ottobre memoria liturgica del beato Rosario Livatino, martire. E' stato scelto questo giorno perché è quello della sua cresima che volle ricevere nel 1988 a 36 anni come momento di "confermazione" e sostegno della sua fede. Proprio quella fede che lo rese odioso ai mafiosi che lo uccisero nel 1990. Assassinato dalla Stidda il 21 settembre 1990 sulla strada

Agrigento-Caltanissetta. Aveva 38 anni. Guidava la sua vecchia Ford Fiesta marrone, senza scorta. Un volto pulito e 'ostinazione con cui non guardava mai l'orologio. E in questo giorno, la frase coglie il cuore del suo messaggio: la legge non è soltanto un insieme di regole, ma una responsabilità verso ogni persona. Il magistrato credente, non il magistrato bigotto. Livatino è stato spesso frainteso. Non era un giudice che andava a Messa e poi condannava. Era un uomo che aveva unito, senza mai confonderle, le due dimensioni. Nei suoi quaderni, studiati per la causa di beatificazione, emerge una fede tutt'altro che devozionistica. Scriveva: "Il compito del magistrato è quello di decidere; decidere è scegliere; e scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare". E ancora: "Alla fine non ci chiederanno se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili". Per Livatino, credibilità voleva dire non usare la fede come alibi, ma viverla come responsabilità. La sua famosa definizione di giustizia lo riassume: “La giustizia è necessaria, ma non è sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità”.Non meno giustizia, ma più giustizia. Una giustizia che non si accontenta di applicare l'articolo. Perché Livatino parla così forte? Perché conosce bene cosa succede quando la legge diventa solo un insieme di regole scritte e mai applicate. Quando un concorso truccato è solo un "vizio formale", quando un appalto pilotato è "un errore burocratico", quando occupare un posto in ospedale senza merito è "una cortesia". In tutti questi casi, la regola c'è, ma manca la responsabilità verso la persona. E chi paga? Sempre l'ultimo. Il malato che non trova posto, il giovane che emigra perché il concorso era finto, l'imprenditore onesto che chiude. Livatino ci dice che la lotta alla mafia non si fa solo con le manette. Si fa restituendo alla legge il suo volto umano. Rendendola credibile. Un santo dei nostri giorni. Papa Francesco, proclamandolo Beato il 9 maggio 2021, lo ha definito “martire della giustizia e della fede”. Non martire della mafia, ma della giustizia e della fede, insieme. Perché è morto proprio per aver tenuto insieme quei due amori.

Aveva sul cruscotto dell'auto, il giorno dell'agguato, il libricino di preghiere e un'immagine sacra. I killer dissero che provò a scappare nei campi. In realtà stava correndo e pregando. Nel giorno della sua memoria, non serve una corona d'alloro. Serve una scelta: nel nostro piccolo lavoro quotidiano, sia esso di politico, di impiegato, di insegnante, di avvocato, decidere se la legge per noi è un ostacolo da aggirare o una responsabilità da vivere. È questa l'eredità di Rosario Livatino. Un giudice di 38 anni che ancora oggi ci interroga: tu, la legge, la vivi o la usi? Oggi, è stato dichiarato dalla Chiesa, patrono dei magistrati.


 
 
 

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