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Antonino Polifroni, la memoria come presidio di legalità

Immagine del redattore: Francesco Garofalo
Francesco Garofalo
2 giorni fa
Tempo di lettura: 2 min

Antonino Polifroni, titolare della PoliEdil, un'impresa edile artigiana nata nel 1972 a Varapodio, nella Piana di Gioia Tauro, non paga la mazzetta, si rifiuta di acquistare i materiali dai soliti noti, sceglie le persone da assumere in autonomia senza ascoltare i consigli dei capiclan della zona. E per questo lo intimidiscono. Subisce attentati, danneggiamenti, furti. Resiste, e la sua azienda in poco più di venti anni diventa leader nel territorio, cresce e acquista commesse anche fuori dalla zona e fuori dalla Calabria. Poi l'agguato. Il 30 settembre del 1996, Antonino Polifroni viene ucciso lungo la strada che collega Varapodio a Oppido Mamertina. Il suo corpo viene trovato alle nove del mattino a bordo di un fuoristrada», riportano nel volume “Dimenticati. Vittime di Ndrangheta”, i giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Antonino Polifroni non era un eroe per vocazione. Era un imprenditore artigiano, uno di quelli che costruiscono una ditta mattone dopo mattone dal 1972. A Varapodio, nella Piana di Gioia Tauro, dove dire di no ha un prezzo altissimo. Lui quel prezzo lo ha conosciuto bene: le intimidazioni, gli attentati, i danneggiamenti, i furti. Il copione classico con cui la 'ndrangheta piega le imprese. Lui non si è piegato. Ha continuato a scegliere liberamente dove comprare i materiali, chi assumere, come lavorare. Ha rifiutato la logica della mazzetta e dei “consigli” dei capiclan. E proprio per questo è cresciuto. La PoliEdil in vent'anni è diventata leader, ha vinto commesse fuori dalla Piana, fuoria dalla Calabria. La dimostrazione che l'impresa libera, pulita, è più forte dell'impresa mafiosa. Per questo lo hanno ucciso. Il 30 settembre 1996, sulla strada tra Varapodio e Oppido Mamertina. Alle nove del mattino, dentro il suo fuoristrada. Polifroni è una delle vittime che Danilo Chirico e Alessio Magro hanno giustamente sottratto all'oblio nel loro libro “Dimenticati”. Ricordare Antonino Polifroni non è solo memoria. È una scelta civile. Ricordare Antonino Polifroni, a quasi trent'anni dal suo assassinio, significa dire alle nuove generazioni di imprenditori calabresi che quel no non è stato inutile. Che la memoria è il primo presidio di legalità. Perché i dimenticati non lo siano più.


 
 
 

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