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Ricordare Falcone nell'Era della mafia trasformata in trend

  • Edera Anzalone
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Era il 23 maggio del 1992 quando nei pressi dell’autostrada A29, allo svincolo di Capaci, i giudici Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, perdevano la vita insieme agli agenti della scorta.


Quel giorno Cosa nostra, che da anni flagella veementemente il nostro territorio, aveva organizzato il loro attentato mediante l’esplosione di una carica imponente di tritolo, la stessa che qualche mese dopo avrebbe ucciso il giudice Paolo Borsellino e i suoi uomini della scorta.


Sono passati 34 anni da quando la Sicilia veniva segnata da ferite mai del tutto rimarginate, e il rischio maggiore è che i responsabili delle stesse possano continuare a colpirla.

Infatti, viene spesso da chiedersi se quel faticoso e incessante lavoro di chi ha cercato di combattere la mafia con la propria vita sia stato vano o davvero utile.


Se è vero che quel sacrificio ci ha permesso di prendere consapevolezza di un fenomeno, prima dolorosamente normalizzato e visto come una peculiarità tipica della nostra terra; oggi constatiamo come quei piccoli progressi rischiano di essere distrutti a causa della distorta narrazione dei social network e della produzione cinematografica. 


Molti audio contenenti alcune frasi di boss mafiosi diventano la colonna sonora di video motivazionali. 

Sembra di essere tornati indietro nel tempo, a quando l’arroganza e la prevaricazione venivano considerate dei pregi, sinonimi di forza.


Dunque, se da un lato la paura che tale fenomeno si ripresenti nelle sue forme originarie ci induce a banalizzare la questione, d’altro canto proprio il pericolo che certe ideologie possano insinuarsi nelle menti dei più giovani deve metterci in guardia. 


Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una tragica serie di episodi in cui giovani vite sono state stroncate da coetanei. Questi ultimi, mossi da sentimenti di odio e dal desiderio esasperato di imporre il proprio rispetto, hanno agito con una crudeltà tale da trascurare che un gesto del genere avrebbe distrutto per sempre anche il loro futuro.  


Tutto questo porta con sé tanta amarezza, poiché dietro quella spietatezza si nascondono dei ragazzi che, nonostante le proprie fragilità, conservano sogni e ambizioni. 


Forse Falcone, Borsellino e tutti coloro che hanno affrontato a viso scoperto questo sistema volevano solo comunicarci un messaggio fondamentale: la vita è un dono troppo raro per essere sacrificata dietro logiche di sopraffazione. A cosa serve andare alla disperata ricerca del potere o dell’ “onore” quando poi gioiamo per le piccole cose?


Oggi, 23 maggio, non bisogna solo commemorare, ma riflettere e volgere lo sguardo a chi continua a combattere la mafia ogni giorno, tenendo viva la speranza che in futuro questo male possa essere sradicato.



 
 
 

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