Gaetano Costa e Ninni Cassarà: due servitori dello Stato nella lotta contro la mafia
- Acanfora Sasha
- 6 giorni fa
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La storia della lotta alla mafia è fatta di uomini e donne che hanno scelto di mettere il proprio dovere al di sopra della paura. Magistrati, poliziotti e rappresentanti delle istituzioni hanno affrontato Cosa Nostra con coraggio, spesso pagando con il prezzo della vita per difendere la legalità e i valori dello Stato. Il loro impegno ha contribuito a cambiare il modo di contrastare la criminalità organizzata, dimostrando che la mafia può essere combattuta attraverso indagini accurate, collaborazione tra le istituzioni e un profondo senso di giustizia.
Gaetano Costa e Ninni Cassarà, sono stati due servitori dello Stato. Pur appartenendo a istituzioni diverse, il primo magistrato e il secondo funzionario di Polizia, entrambi condivisero gli stessi ideali, la stessa determinazione e la convinzione che la legge dovesse prevalere su ogni forma di intimidazione. Abbiamo scelto di ricordarli in occasione del 6 agosto, giorno in cui ricorre l'anniversario del loro assassinio. Una coincidenza significativa che rende questa data un momento di memoria e riflessione sul sacrificio di due uomini che dedicarono la propria vita alla difesa della legalità e dello Stato.
Gaetano Costa, il magistrato che sfidò la mafia in solitudine
Gaetano Costa nacque a Caltanissetta nel 1916. Dopo essersi laureato in Giurisprudenza, intraprese la carriera in magistratura. Lavorò inizialmente a Roma e successivamente tornò a Caltanissetta, dove trascorse gran parte della sua carriera, distinguendosi per la competenza giuridica, il rigore morale e l'assoluta indipendenza di giudizio.
Pur avendo un carattere riservato, era stimato da colleghi e cittadini per la sua profonda umanità e per la particolare attenzione verso i più deboli. La sua concezione della giustizia non si limitava all'applicazione delle leggi, ma era fondata sul principio che lo Stato dovesse garantire uguali diritti e tutele a tutti i cittadini.
Comprese come la mafia si fosse infiltrata nella pubblica amministrazione, condizionando appalti, assunzioni e la gestione di attività economiche. Quando divenne procuratore della Repubblica di Palermo, promosse indagini innovative che puntavano a colpire il patrimonio delle organizzazioni mafiose, intuendo che il loro vero potere risiedeva nella ricchezza accumulata illegalmente.
Il momento più delicato arrivò quando firmò personalmente i mandati di cattura nei confronti di Rosario Spatola e di altri appartenenti a potenti famiglie mafiose, accusati di gestire un traffico internazionale di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Costa prese questa decisione perché alcuni dei suoi sostituti procuratori si rifiutarono di sottoscrivere quei provvedimenti. Quel gesto di coraggio ebbe conseguenze tragiche.
Pur essendo l'unico magistrato a cui fosse stata assegnata la scorta, decise di rinunciarvi. Riteneva infatti ingiusto esporre altri uomini al rischio di perdere la vita per proteggerlo. Una scelta coerente con il suo profondo senso del dovere, che purtroppo lo lasciò completamente solo di fronte alla violenza mafiosa.
Il 6 agosto 1980, mentre passeggiava nei pressi della sua abitazione, venne assassinato con sei colpi di pistola. I responsabili materiali dell'omicidio non furono mai individuati con certezza.
Dopo la sua morte, la moglie Rita Bartoli e il figlio, l'avvocato Michele Costa, si impegnarono affinché la sua memoria non venisse dimenticata. Entrambi denunciarono più volte l'isolamento istituzionale in cui Costa era stato lasciato.
L'eredità professionale di Costa fu raccolta da Giovanni Falcone, che proseguì quelle indagini con metodo e determinazione. Il processo Spatola rappresentò uno dei primi grandi successi investigativi di Falcone e confermò l'intuizione di Costa: per sconfiggere la mafia era necessario seguirne il denaro e colpirne gli interessi economici. Oggi Gaetano Costa è ricordato come uno dei magistrati che prepararono il terreno alla stagione del pool antimafia, pagando con la vita la propria fedeltà allo Stato.
Ninni Cassarà, il poliziotto che dedicò la vita alla lotta contro la mafia
Antonino Cassarà nacque a Palermo nel 1947. Entrato nella Polizia di Stato, iniziò la sua carriera distinguendosi per professionalità, determinazione e grande capacità investigativa. Prestò servizio a Reggio Calabria e successivamente a Trapani, dove conobbe Giovanni Falcone. Tra i due nacque un rapporto di profonda stima professionale destinato a segnare la storia della lotta alla mafia.
Trasferito a Palermo, divenne vice questore aggiunto e vice dirigente della Squadra Mobile. Insieme a Calogero Zucchetto, svolse un'intensa attività investigativa che portò alla stesura del "Rapporto Greco + 161", un documento che ricostruiva gli equilibri interni di Cosa Nostra e individuava i principali responsabili della guerra di mafia iniziata nel 1981.
Le informazioni contenute in quel rapporto rappresentarono una svolta nelle indagini e costituirono una delle basi investigative del maxiprocesso. Cassarà fu infatti uno dei più stretti collaboratori di Falcone, condividendone il metodo investigativo fondato sull'analisi dei collegamenti tra i clan e sulla raccolta di prove documentali. La sua attività lo rese uno degli obiettivi principali della mafia.
Il 6 agosto 1985, mentre rientrava a casa, un commando di killer appostato sul terrazzo dell'edificio di fronte aprì il fuoco. Cassarà venne colpito e morì tra le braccia della moglie. Nell'agguato perse la vita anche l'agente Roberto Antiochia.
Dopo l'assassinio, dalla Questura scomparve la sua agenda personale, nella quale si ritiene fossero annotate importanti informazioni. La vicenda alimentò dubbi e polemiche, senza trovare una spiegazione definitiva.
Negli anni successivi furono celebrati due distinti processi, uno contro i mandanti e uno contro gli esecutori materiali. Nel 1995 i principali componenti della Commissione di Cosa Nostra vennero condannati all'ergastolo. Successivamente furono condannati anche gli esecutori materiali e nel 2002 la Corte di Cassazione confermò definitivamente le sentenze.
Oggi Ninni Cassarà è ricordato come uno dei simboli della Polizia di Stato nella lotta contro la mafia. Il suo coraggio, la sua competenza investigativa e la collaborazione con Giovanni Falconecontribuirono in modo decisivo alla realizzazione del maxiprocesso, cambiando per sempre il contrasto a Cosa Nostra.
Un'eredità che continua a vivere
Gaetano Costa e Ninni Cassarà dimostrano come il contrasto alla mafia non sia stato il risultato dell'azione di pochi uomini, ma il frutto del sacrificio di numerosi servitori dello Stato che, con professionalità e determinazione, hanno costruito le basi dell'antimafia moderna. Il loro lavoro ha permesso di sviluppare nuovi metodi investigativi, fondati sull'analisi delle organizzazioni criminali, sul collegamento tra i diversi clan e sulla ricerca delle prove economiche e patrimoniali, strumenti che ancora oggi rappresentano elementi fondamentali nella lotta contro la criminalità organizzata.
Ricordare Gaetano Costa e Ninni Cassarà non significa soltanto rendere omaggio alla loro memoria, ma anche riconoscere il contributo decisivo che hanno dato alla costruzione di una cultura della legalità. Le loro storie continuano ancora oggi a rappresentare un esempio di coraggio, integrità e servizio allo Stato, ricordando a tutti che la giustizia richiede impegno, responsabilità e la volontà di non arrendersi mai.

