PIERSANTI MATTARELLA, IL PRESIDENTE UCCISO PERCHÉ VOLEVA UNA SICILIA CON LE CARTE IN REGOLA

È l'Epifania. Una domenica mattina fredda e luminosa in via Libertà. Piersanti Mattarella, 44 anni, Presidente della Regione Siciliana, è in auto con la moglie Irma, il figlio Bernardo di 12 anni e la figlia Maria. Ha appena salutato la madre. Sta andando a Messa, come ogni domenica. È un cattolico che non fa finta. Un giovane si avvicina al finestrino della Fiat 132. Sembra voglia chiedere qualcosa. Invece estrae una pistola e spara. Un colpo. Poi un secondo uomo arriva dall'altro lato e finisce il lavoro. Sei colpi in tutto. Irma urla. Bernardo vede il padre morire. Maria è sotto shock. Pochi minuti dopo arriva il fratello minore, Sergio, un professore di 38 anni che insegna Diritto parlamentare. Si china sul fratello, cerca di tamponare il sangue con le mani. Si macchierà per sempre. Quel sangue è l'inizio della storia d'Italia che viviamo ancora oggi. Figlio di Bernardo Mattarella, uno dei fondatori della DC siciliana, potente ministro per 20 anni, Piersanti poteva fare la carriera facile. Invece sceglie Aldo Moro. Diventa moroteo, cioè cattolico democratico fino in fondo. Crede che la politica non sia occupare il potere, ma liberare i poveri. Nel 1978 diventa Presidente della Regione. Mattarella fa una cosa che nessuno aveva mai osato: dice "basta". Fa approvare una legge per obbligare tutti i funzionari regionali a dichiarare il patrimonio. Vuole la trasparenza sui bilanci. Avvia i controlli sulle assunzioni clientelari. Apre un dialogo leale con il Partito Comunista di Pio La Torre. Vuole costruire scuole, non centri di potere. Una frase lo condanna: "Bisogna governare la Sicilia con le carte in regola". Per la mafia, quella frase è una dichiarazione di guerra. Per 30 anni la Regione era stata la loro cassaforte. Ora un democristiano, uno dei loro, voleva chiudere la cassaforte. L'omicidio non è deciso da un boss locale. Lo decide la Commissione di Cosa Nostra, riunita a Palermo. Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco.
Gli esecutori verranno condannati solo 15 anni dopo: i killer sono uomini dei Corleonesi. Ma dietro i killer, chi c'era? Le sentenze diranno "solo mafia". Ma le carte dicono altro. Mattarella aveva scoperto che dietro gli appalti c'era l'intreccio tra mafia, massoneria deviata e politica. Aveva una lista di imprese colluse. Aveva denunciato la P2 in Sicilia. Uccidere Mattarella il giorno dell'Epifania fu un messaggio: chi tocca il sistema, muore anche se è Presidente. Anche se è cattolico. Anche se è democristiano. Dopo di lui, il copione si ripeterà identico: Pio La Torre, segretario del PCI siciliano, ucciso nel 1982 perché proponeva la legge sul reato di associazione mafiosa. Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato a Palermo dopo la morte di Mattarella, ucciso dopo 100 giorni. E poi Rocco Chinnici, Falcone, Borsellino. Mattarella fu il primo anello di quella catena. Ricordare Piersanti Mattarella, non è ricordare un siciliano. È ricordare che la mafia uccide non solo chi indaga, ma chi amministra con onestà. Chi dice no a un appalto truccato, a un'assunzione clientelare, a un favore.
Il suo sangue, su quell'asfalto di via Libertà, ci chiede ancora una cosa: da che parte stai? Dalla parte delle carte in regola, e dell'I care", mi interessa, come diceva don Lorenzo Milani.





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