Paolo: il magistrato che si rivolse a noi come un padre
- Edera Anzalone
- 19 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Era il 19 luglio del 1992 quando la mafia decise di porre fine alla vita del giudice Paolo
Borsellino e di cinque dei sei agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie
Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.
Paolo dopo la morte di Falcone, sapeva che quello stesso destino lo avrebbe travolto poco tempo dopo. Per questo aveva cercato di vivere ogni secondo al massimo, portando avanti
la lotta che l’amico e collega voleva completare.
In quel caldo pomeriggio di luglio, via d'Amelio divenne irriconoscibile, trasformandosi in un
vero e proprio campo di battaglia, dove i guerrieri che fino a poco tempo prima avevano
combattuto con tutte le loro forze contro il mostro della mafia, sembravano aver avuto la
peggio.
La Sicilia, quel giorno, aveva perso uno dei suoi baluardi di giustizia.
Sebbene nel cuore di molti la speranza avesse lasciato il posto all'acquiescenza, tanti altri
mossi dalla rabbia erano pronti a ripartire da quella stessa battaglia. Quando si fa riferimento a quest’ultima si tende spesso a considerarla uno scontro con un nemico esterno, mentre in realtà non è così, in quanto questo, purtroppo, è sedimentato in ciascuno di noi.
Quello che colpisce di Paolo sono la forza e la tenacia con cui ha cercato di restituire quella
speranza che molti avevano perduto, soprattutto attraverso il suo modo paterno di parlare a
chiunque avesse il privilegio di ascoltarlo.
Forse è stato proprio questo a spingerlo a combattere ininterrottamente contro la mafia: il
fatto di immedesimarsi in una figura capace di aiutare e guidare gli altri ad uscire da quei
meccanismi soffocanti.
E’ stato il suo modo di offrirsi agli altri che ci consente di reputarlo, prima ancora che un
magistrato, un padre per tutti. Infatti, è bene ricordare il modo in cui accolse Rita Atria:
proprio come una figlia.
La ragazza, diventata collaboratrice di giustizia e trasferita a Roma, grazie alle dichiarazioni
rilasciate al giudice Borsellino contribuì all’arresto di numerosi esponenti di cosche mafiose.
Paolo fu per lei una fonte di supporto morale e psicologico, a tal punto che Rita, una volta
appresa la notizia della sua uccisione, non resse al dolore e, solo pochi giorni dopo, decise
di porre fine alla sua vita.
Ancora oggi, è ingiusto dover pensare che lavorare per il bene comune, possa portare alla
morte. Non si può accettare che chiunque cerchi di spendere la propria vita per la terra che
ama, garantendo una speranza a tutti coloro che vi vivono, possa essere portato via in
questo modo.
La morte di Borsellino, infatti, non è solo il frutto dell'opera di alcuni criminali, ma in parte
anche della nostra indifferenza, di ogni volta che siamo noi a sopraffare gli altri. Hobbes
faceva riferimento all'homo homini lupus, penso, invece, che bisogna ribaltare questa
concezione sostituendola con una profonda solidarietà. Solo così si potrà sconfiggere un
cancro come la mafia.





Commenti