Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: 34 anni dopo, il coraggio che continua a parlare all’Italia
- Elisabetta De Sanso
- 2 giorni fa
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Il 1992 è una ferita ancora aperta nella memoria collettiva italiana. A distanza di 34 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, i nomi di Giovanni e Paolo continuano a rappresentare molto più di una pagina di storia: sono il simbolo di uno Stato che ha scelto di non piegarsi alla mafia.
Falcone e Borsellino non erano eroi in cerca di gloria. Erano uomini delle istituzioni, magistrati rigorosi, amici fraterni cresciuti nello stesso quartiere di Palermo, accomunati da una convinzione semplice ma rivoluzionaria: la mafia poteva essere combattuta e sconfitta.
Due magistrati contro il silenzio
Negli anni Ottanta, mentre Cosa Nostra sembrava invincibile, Falcone e Borsellino cambiarono il modo di indagare sulla criminalità organizzata. Insieme al pool antimafia di Palermo, introdussero un metodo basato sulla collaborazione, sull’analisi dei flussi economici e sulle testimonianze dei pentiti.
Il momento simbolo di quella stagione fu il Maxi Processo di Palermo, che portò alla condanna di centinaia di mafiosi. Per la prima volta, lo Stato riuscì a colpire Cosa Nostra nel suo cuore.
Ma quel successo ebbe un prezzo altissimo.
La strage di Capaci
Il 23 maggio 1992, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, un attentato mafioso distrusse il corteo del giudice Falcone. Insieme a lui morirono la moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Le immagini dell’autostrada sventrata sconvolsero l’Italia intera. Quel giorno segnò un punto di non ritorno: la mafia aveva dichiarato guerra aperta allo Stato.
Via D’Amelio: 57 giorni dopo
Solo 57 giorni più tardi, il 19 luglio 1992, un’autobomba esplose in Via D’Amelio, a Palermo. Morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
Borsellino sapeva di essere un bersaglio. Eppure continuò fino all’ultimo a lavorare con lucidità e senso del dovere. Le sue parole restano ancora oggi un richiamo potente alla responsabilità civile:
“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale.”
Il loro insegnamento oggi
A 34 anni da quelle stragi, il ricordo di Falcone e Borsellino non può ridursi a una commemorazione rituale. Il loro esempio parla ancora alle nuove generazioni, soprattutto in un tempo in cui il rischio più grande è l’indifferenza.
La mafia cambia volto, si infiltra nell’economia, nella corruzione, nei rapporti di potere. Per questo l’eredità lasciata dai due magistrati resta attuale: legalità, responsabilità, coraggio civile e fiducia nelle istituzioni.
Ricordare Falcone e Borsellino significa anche riconoscere il sacrificio delle loro scorte e di tutte le donne e gli uomini che hanno combattuto la criminalità organizzata spesso nel silenzio.
Una memoria che deve diventare impegno
Ogni anno, davanti all’albero Falcone e in via D’Amelio, migliaia di giovani portano fiori, striscioni e messaggi. È il segno che quella storia non appartiene soltanto al passato.
Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che la mafia non è invincibile e che il cambiamento nasce dalla coscienza quotidiana di ciascuno. Dopo 34 anni, il modo più autentico per onorarli resta uno solo: continuare a scegliere, ogni giorno, la parte della legalità.





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