Domenico Noviello, la storia di un uomo "ribelle" lasciato solo
- Luca De Lellis
- 16 mag
- Tempo di lettura: 4 min
''Se mi succede qualcosa, andate via. Significa che lo Stato ha perso''. Maria Rosaria Noviello ha ben impresso in mente il suono acre di queste parole, sottovalutate fintantoché non sono diventate cruda realtà. Gliele ha confidate sua madre, moglie di Domenico Noviello - "Mimmo", per gli amici di Castel Volturno - che ha appena denunciato una delle famiglie di punta del clan dei casalesi: i Bidognetti, capeggiati da Cicciotto 'e mezzanotte, che nei primi anni Duemila ha instaurato un clima di terrore sul Litorale Domizio. Una tentata estorsione in pieno metodo camorristico, la minaccia. Un uomo che denuncia il potere che marcisce la sua Terra, il movente. Uno Stato che lo dimentica, salvo ergerlo a martire con tanto di Medaglia d'oro al valore civile, sacrosanta, a patatrac ormai combinato. Ora che nessuno potrà più indossarla.
Sono questi gli ingredienti della morte di Domenico. Un uomo - "non un eroe", precisa suo figlio Massimiliano - di una normalità eccezionale. Dove normale è da intendere nel senso etimologico della parola.
Ucciderne uno per educarne cento
16 maggio 2008, diciotto anni fa. Sono trascorsi sette anni da quando nel 2001 Mimmo Noviello ha sbattuto la porta in faccia al clan dei casalesi, negando il pizzo sui guadagni della sua autoscuola aperta nella zona Baia Verde a Castel Volturno e denunciando il fatto alle autorità. Ma da quelle parti, in quel periodo come parzialmente oggi, non hai molte opzioni se non vuoi ritrovarti con un enorme bollino rosso sul petto. Devi sottostare al regime di soprusi.
Sono le 7:30 del mattino quando Domenico, stranamente non accompagnato dal figlio Massimiliano - impegnato in una corsa sul lungomare di Baia Verde - esce per la tappa caffè, scalo imprescindibile prima di ogni mattinata in autoscuola. Le serrande, però, quella mattina non si alzeranno mai. Mimmo nella strada dal bar alla scuola guida, precisamente all'incrocio tra viale Lenin e via Vasari, viene affiancato da un commando di sicari della famiglia Bidognetti. Il delitto è cruento, alla fine saranno oltre venti proiettili a trapassargli il corpo, compresi tre colpi alla nuca. Un regolamento di conti con impresso il marchio di fabbrica mafioso.
Un colpo dal valore pedagogico assestato alla giugulare di tutti ribelli, con l'ulteriore schiaffo morale di averlo organizzato a pochi passi dal Commissariato di Polizia. "La sua morte rientrava nella strategia stragista dei casalesi, doveva servire come monito per gli altri imprenditori. Ne uccido uno per educarne cento", ha poi chiarito il figlio Massimiliano. Ma come sovente accade nel clima omertoso di quelle terre, complice la mancata copertura dei media e dello Stato, i funerali passano in sordina. Mimmo verrà riconosciuto per l'uomo coraggioso e rigoroso che è stato solo a tempesta ormai passata.
"Nel periodo della denuncia dell'estorsione, quando camminavo con mio padre per le strade di Caserta e lui era ansioso e si guardava intorno preoccupato. Quando si guardava le spalle perché si aspettava di tutto, non entrava nei bar, evitava i luoghi affollati perché si sentiva in pericolo. Mi ha riportato alla mente quando a Castel Volturno tutti lo scansavano come un "lebbroso", quando tutti si tenevano lontani ben più di un metro. Quanta solitudine avrà sentito, lo capisco solo oggi".
Mimma Noviello (figlia di Domenico)
Almeno qui, giustizia è stata fatta
Domenico Noviello, originario di San Cipriano d'Aversa (CE), avrebbe dovuto compiere 65 anni il giorno prima di Ferragosto. Per la sua morte sono stati condannati in via definitiva nel 2015 alcuni esponenti dell'ala stragista del clan dei Casalesi, coinvolti a vario titolo nel delitto:
Massimo Alfiero, esecutore materiale, ergastolo da scontare in regime di 41bis.
Giuseppe Setola, capo dell'ala sanguinaria e fedelissimo di Francesco Bidognetti, ergastolo da scontare in regime di 41 bis.
Giovanni Letizia, ergastolo.
Massimo Napolano, ergastolo.
Alessandro Cirillo, braccio destro di Setola, ergastolo.
Francesco Cirillo, condanna a 30 anni nel 2019, latitante.
Metello Di Bona, condanna a 30 anni.
Luigi Tartarone, pentito, condanna a 13 anni e 6 mesi
Un risultato che a margine del verdetto anche lo stesso figlio Massimiliano ha definito "sorprendente" nella severità delle condanne:
"Se mio padre non avesse denunciato sarebbe morto di rancore e rabbia."
(Massimiliano Noviello, figlio di Domenico)
La solitudine dei "giusti" e il monito per i giovani
L'eredità di Domenico Noviello non va soltanto in direzione della prole. La sua morte ha ispirato donne e uomini del territorio ad aprire la prima Associazione Antiracket di Castel Volturno, intitolata proprio all'imprenditore, che opera all'interno della FAI, la Federazione Antiracket Italiana. A Mimmo Noviello è intitolato anche un monumento presente nella rotonda dell'incrocio incriminato. Lo Stato, post-mortem, gli ha riconosciuto la Medaglia d'oro al valore civile, nonché i benefici a favore dei suoi familiari previsti dalla legge n. 302/90 e il risarcimento disposto dalla legge n. 512/99. In molti si sono chiesti se Domenico avrebbe potuto salvarsi se non fosse stato privato della vigilanza (nel 2003). Domanda legittima che, ahinoi, non troverà mai riscontro certo. Ciò che appare inconfutabile è il valore della dignità personale e del senso di giustizia che abbiamo il dovere di cogliere e mettere in pratica quotidianamente. Massimiliano Noviello ha tracciato la strada: "Ai giovani che mi chiedono un consiglio dico sempre di non favorire le attività in odore di camorra spendendovi soldi, ma di foraggiare quelle aziende sane del territorio che, anzi, denunciano le estorsioni". Non per caso è uno dei cinque consigli del nostro manuale "Capaci di combattere le mafie", che abbiamo condiviso con gli alunni delle scuole in cui siamo passati. Forse, davvero l'unico modo che abbiamo per ricordare Domenico Noviello è portarlo nelle nostre vite tutti i giorni, agendo come avrebbe fatto lui.





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