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Alfonso Giordano, il Presidente del Maxi processo

  • Immagine del redattore: Francesco Garofalo
    Francesco Garofalo
  • 24 lug
  • Tempo di lettura: 1 min

Rimane nella storia giudiziaria la lettura del dispositivo con cui, dopo 349 udienze e 35 giorni di camera di consiglio, inflisse 346 condanne – 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere – a capimafia, "colonnelli", gregari e picciotti di Cosa nostra.


Onore al giudice Alfonso Giordano, che presiedette la Corte d'assise di Palermo nel primo maxiprocesso alla mafia, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che portò alla sbarra tutti i capi mandamento: tra gli altri, Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò e Luciano Liggio.


Giordano dovette affrontare tensioni, gestire i confronti tra diversi cosiddetti pentiti e fronteggiare, prima della sentenza, le minacciose parole del boss Michele Greco.


Se oggi il maxiprocesso è considerato il punto di svolta nella lotta della giustizia italiana contro la mafia, lo si deve certamente al grande acume investigativo di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche alla straordinaria capacità e al profondo senso dello Stato dimostrati da Alfonso Giordano nel condurre uno dei più importanti processi della storia italiana, culminato con numerosi ergastoli e centinaia di condanne.


Il giudice Giordano aveva dalla sua parte anche una profonda conoscenza delle dinamiche della mafia siciliana. Sapeva di avere di fronte il gotha di Cosa nostra e lo affrontò con il diritto. Non aveva bisogno di atteggiarsi a prefetto autoritario o a sceriffo punitore. Trasmetteva la percezione di conoscerli nel profondo, di comprenderne la mentalità e le dinamiche, senza mai rinunciare alla compostezza e al rigore del magistrato.

 
 
 

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